Indietro

Ancona, 28 febbraio 1997: inizia qui la nostra storia.
 
Andrea sta tornando a casa per l’ora di cena.
 
Ha 16 anni, un lavoro da meccanico e una grande passione per il calcio, sponda Milan. Viaggia in sella alla sua moto, di ritorno da una lezione di scuola guida. Non ha fretta, non è in ritardo; guida sicuro tra le vie conosciute della città, seguendo il consueto percorso di tutti i giorni. Semplice, una cosa da un attimo.
Eppure sarà quell’attimo a cambiargli la vita: all’improvviso sbuca un’automobile che non rispetta un segnale di precedenza, va a scontrarsi con la moto e Andrea viene scaraventato sul marciapiede a lato della strada.
L’impatto è violentissimo, il casco e la tempestività dei soccorsi evitano il peggio, ma quando arriva all’ospedale regionale delle Torrette, Andrea è già in coma
 

 

Trauma cranico da incidente stradale: un caso emblematico per tanti ragazzi tra i 15 e i 34 anni, la grande piaga dei giovani di questa generazione.
Andrea è immobile, disteso su un lettino, con gli occhi chiusi, ancora vivo ma come immerso in un sonno profondo. Viene trasferito all’ospedale “Umberto I” di Ancona, dove rimane circa un mese, successivamente viene portato all’istituto di riabilitazione S. Stefano, a Porto Potenza Picena, una struttura all’avanguardia nel campo dell’assistenza e del recupero dei soggetti traumatizzati.
Il tempo passa senza grandi novità; malgrado le terapie e la vicinanza della famiglia, Andrea non dà segnali di risveglio. La svolta però arriva cinque mesi dopo: il padre, Alfio, convinto da un collega di lavoro, scrive una lettera al presidente del Milan, Silvio Berlusconi, chiedendogli di registrare una cassetta audio con la voce dei giocatori rossoneri, di cui il figlio è grande tifoso.
Berlusconi fa di più: incide personalmente un discorso di 15 minuti in cui esorta Andrea a svegliarsi dal coma, a tornare alla vita di prima, a riabbracciare i suoi affetti più cari. Il messaggio va dritto al cuore e coglie nel segno: dopo pochi giorni Andrea riapre di nuovo gli occhi.
Difficile dire quanto abbia influito la voce di Berlusconi, o piuttosto l’efficacia della terapia, o la vicinanza dei familiari.
La notizia però finisce su tutti i giornali e fa il giro del Paese. Reportage, interviste, passaggi in televisione: per giorni non si parla d’altro.
Ma quando si spengono le luci e si attenua il clamore, la famiglia si ritrova sola e deve fare i conti con la dura realtà. Perché la fine del coma non è sinonimo di immediato ritorno alla vita “normale”, bensì il primo passo di un percorso a ostacoli tortuoso, una lunga rincorsa verso una esistenza che assomigli alla “normalità” .
E così l’entusiasmo del dopo-risveglio lascia presto il posto a una dura presa di coscienza. La strada per il recupero è insidiosa e senza garanzie di riuscita. Risvegliarsi è un po’ come nascere una seconda volta: si torna ad essere bambini e bisogna imparare di nuovo a mangiare, camminare, parlare.

Andrea insieme ad Ambrosini
(giocatore del Milan) con la Coppa Campioni vinta dal Milan nel 2006

 

Solo che Andrea ormai è maggiorenne, i genitori hanno qualche anno in più e molte energie in meno. Ricominciare da capo non è semplice; anzi, può essere l’inizio di un calvario, fatto di ore insonni e spostamenti quotidiani da Ancona a Porto Potenza Picena. Il padre Alfio si divide tra il lavoro di guardia giurata e l’assistenza al figlio. L’istituto S.Stefano diventa la sua seconda casa.

 
 

La sua vita viene stravolta, riadattata a nuovi orari, a nuove esigenze. Andrea viene seguito passo passo, non è autonomo nei movimenti e ha bisogno di aiuto per ogni piccola azione quotidiana: alzarsi dal letto, vestirsi, mangiare, andare in bagno.
I primi tempi sono i più duri. Può mangiare solo omogeneizzati, fa fatica a parlare, ha le gambe bloccate per un principio di calcificazione.
Fa ore di fisioterapia ogni giorno, ma ogni esercizio – anche il più semplice – gli procura dolori lancinanti.
Poi con il tempo la situazione migliora: comincia a muoversi in carrozzina, dopo un anno passa alle stampelle, quindi al tripiede.
Andrea però non si sente ancora pronto per affrontare la vita di tutti i giorni.
Il contatto con le altre persone lo mette a disagio, si sente osservato e giudicato, gli pesa anche solo camminare in mezzo alla gente, in una piazza aperta come in un supermercato affollato.
La passione per il calcio diventa ancora una volta la sua ancora di salvezza: il Milan, dopo aver contribuito al suo risveglio, lo aiuta a ritrovare l’amore per la vita e la voglia di ricominciare.
Andrea viene invitato a Milano dal presidente Berlusconi, visita il centro sportivo di Milanello (il quartier generale della squadra), incontra i giocatori rossoneri, conosce da vicino i suoi beniamini: Kakà, Maldini, Inzaghi e Ambrosini. Entra nella tribuna vip dello stadio Meazza, tocca con mano la Coppa dei Campioni vinta dal Milan nella finale del 2006 contro il Liverpool.
E la gioia di quei momenti lo aiuta a superare le paure quotidiane.

Oggi Andrea ha una vita quasi normale: ha ricominciato a parlare, cammina in maniera autonoma, fa progressi giorno dopo giorno.
Ha ripreso anche gli studi: ha superato un corso di informatica per magazziniere all’istituto tecnico industriale delle Torrette, frequenta un laboratorio di mestieri ad Ancona dove prende lezioni di teatro e impara a fare piccoli lavori artigianali.
Anche l’attività sportiva è entrata nell’orbita di Andrea: con il papà Alfio si diletta nel tiro a segno con la pistola nel poligono di piazza Salvo d’Acquisto ad Ancona, con il laboratorio di Ancona partecipa ad un corso di karate ed ha conseguito il diploma di cintura bianca.
A 10 anni da quel drammatico incidente, la vita è tornata a sorridergli.
Ma non tutti i problemi si sono risolti.
La vita di un traumatizzato cranico non è semplice, e a volte siamo anche noi a renderla più difficile.
Le città sono dei percorsi ad ostacoli, con marciapiedi altissimi, barriere architettoniche, rampe per salire ma non per scendere.
Gli ostacoli più grandi, però, stanno sempre nella nostra testa, ed è l’indifferenza il vero male da combattere.
Le istituzioni sono lontane, le strutture di accoglienza troppo poche, e chi non ha la fortuna di avere una famiglia alle spalle - come l’ha avuta Andrea - finisce in un istituto, con pochissime speranze di riprendere una vita normale.
Assurdo, e ingiusto.

 

 

Andrea e Alfio Carloni

 

Perché basterebbe poco per migliorare le cose: occasioni di incontro, di socialità, di conversazione.    
Oltre all’assistenza ospedaliera e al rientro in famiglia, servono strutture per favorire il reinserimento sociale. Alfio, il padre di Andrea, si sta battendo proprio per questo. Il suo grande sogno è di aprire un centro diurno ad Ancona, con piscina, strutture per lo sport e il tempo libero, laboratori per attività di studio e lavoro. Un luogo in cui svolgere attività di informazione e sensibilizzazione sul tema, di formazione di volontari qualificati per aiutare chi si trova in condizioni di difficoltà, per contrapporre alla prassi dell’abbandono una cultura della cura.    
Un modo per offrire un sostegno concreto alle famiglie, e una vera chance di riscatto ai loro figli.
Il progetto, sulla carta, è già pronto, mancano solo i fondi per farlo partire.
Alfio ha bisogno anche del nostro aiuto, non lasciamolo solo.
 
Diego Gallina Fiorini

Indietro